Fuga dalla città
Cronaca di un’illusione rurale.
Nel 2021, per fuggire da una città che mi era diventata stretta anche a causa del lungo periodo Covid, ho scelto di trasferirmi in un piccolo borgo in collina.
All’inizio tutto era una scoperta piacevole e, pur sapendo a quali difficoltà andavo incontro, la mia energia positiva era al massimo. La ristrutturazione di casa impegnava tutte le mie energie, insieme alla rinascita dell’azienda agricola di famiglia, mossa da una nuova visione di agricoltura rigenerativa e economia circolare.
Esiste una narrazione romantica dei piccoli borghi: silenzio, comunità, autenticità, ritmi umani. Una promessa che si rafforza nei momenti di crisi quando si immagina la campagna come luogo di rinascita.
Esiste una narrazione romantica dei piccoli borghi: silenzio, comunità, autenticità, ritmi umani. Una promessa che si rafforza nei momenti di crisi, quando si immagina la campagna come luogo di rinascita. Devo ammettere che non avevo considerato il costo psicologico della disillusione, che ho vissuto in prima persona: quando il sogno incontra sistemi locali chiusi, abitudini radicate e una diffidenza verso chi arriva da fuori.
Quando, dopo circa un anno di pausa, ho ricominciato a occuparmi di problematiche ambientali e sociali tenendo lezioni nelle scuole medie e superiori, ho compreso che, pur parlando di temi che interessavano, non riuscivo a portare avanti progetti concreti sul territorio. Da un lato il tema stimolava insegnanti e alunni, dall’altro ci si scontrava con famiglie segnate da abitudini chiuse, con un immobilismo diffuso e una forte resistenza al cambiamento.
Proprio in questa fase delicata è successo quello che non mi sarei mai aspettata, ma che traduceva in realtà ciò che avevo percepito durante le mie lezioni.
In un pomeriggio autunnale, che sembrava tranquillo e uguale agli altri, c’è stata l’invasione delle mucche dalla stalla vicina nei miei terreni, dove avevo appena messo a dimora le piante per la stagione invernale: tutto distrutto. Finocchi, cavolfiori, insalata e persino la vigna; tutto divorato dalla mandria. Dopo aver contattato il proprietario e chiesto di rinforzare il recinto, cercando un dialogo costruttivo, ho subito più volte l’ingresso delle simpatiche bestiole, che ormai avevano capito la strada per una gradevole merenda.
Il calvario ha avuto inizio allora, quando ho scoperto che le istituzioni, anziché tutelare i diritti e applicare la legge, erano indifferenti e immobili.
Se il danno economico delle coltivazioni distrutte era quantificabile, ben più difficile da misurare era il costo invisibile: stress, perdita di energia, tempo sottratto a progetti utili, insonnia, rabbia. C’è stata una progressiva erosione della fiducia. Alla fine, invece di vedere riconosciuto il mio diritto, ho dovuto investire in una recinzione secondaria per tutelarmi, mentre il proprietario dell’allevamento ha continuato indisturbato a far scorrazzare le mucche nei terreni vicini, fino alla strada principale del paese.
Mi sono sentita sola e nuda di fronte alle difficoltà, investita da un forte senso di ingiustizia. Mi ero trasferita per sperimentare un’agricoltura che rigenerasse il territorio, per riavvicinarmi alla natura e creare un luogo di pace. Mi sono trovata invece a confrontarmi con una forma di ruralità che sembrava difendere pratiche sedimentate, anche quando producevano danni ad altri. È stato il primo scontro tra l’idea della campagna e la sua realtà.
In quei momenti ho iniziato a chiedermi se il problema fosse davvero la fuga dalla città o l’idea ingenua che cambiare luogo basti a cambiare sistema. La campagna può guarire, ma non è immune dalle dinamiche di potere, dall’indifferenza o dalle contraddizioni umane. Cambia il paesaggio, non necessariamente la cultura.
Ho avuto la conferma che l’essere umano può essere indifferente al benessere altrui a qualsiasi latitudine: certe dinamiche si ripetono identiche, sia tra le mura urbane che nella natura. Il benessere non dipende dal luogo in cui si sceglie di vivere, ma dalla qualità delle relazioni, dal senso di giustizia e dalla possibilità concreta di sentirsi parte di una comunità.
Silvia Beccari ha una laurea in filosofia, un master in tutela dei minori e le mani nella terra. Negli ultimi cinque anni ha preso in mano l’azienda agricola di famiglia, trasformandola in un laboratorio di economia circolare, agricoltura rigenerativa e biodiversità. Ambasciatrice del Patto Europeo per il Clima, si occupa di progetti di formazione sulla transizione ecologica per enti e tecnopoli, e porta i temi ambientali nelle scuole. Attualmente sta scrivendo il suo primo libro, “L’Infelicità costa!”, un’analisi sui costi indiretti del nostro modello di vita.
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