Il suo è culo...
...la mia è classe.
Benvenute e benvenuti a un nuovo numero di Capibara, un tentativo di approfondire questo presente che tanto ci fa divertire. Questo numero sarà diverso dai precedenti: sarà molto personale e poco divulgativo, più racconto breve e meno longform. Inoltre, visto che ci ho preso gusto con le trilogie a tema (ho appena concluso quella sulle storture del capitalismo), sarà il primo di una nuova trilogia di stampo più emotivo. Farò dei tuffi nel mio passato per allargare il campo e affrontare tematiche sociali. Potrebbe non essere di vostro gradimento, lo capirei, ma correrò il rischio. Ho voglia di farlo, di staccarmi un po’ dagli editoriali puramente socio-politici e tornare, anche qui su Capibara (lo sto già facendo in un nuovo libro), alla cara vecchia prosa biografico-culturale.
In ogni caso, arrivate fino alla fine please perché ho qualche annuncio da fare.
Nel film capostipite della saga con protagonista il ragionier Ugo Fantozzi, c’è una famosa scena che mi torna spesso in mente. Partita a biliardo. Il ragioniere, in un momento di ribelle rivalsa, mette a segno colpi da grande professionista. Il Conte Catellani, l’incarnazione del potere che non deve chiedere scusa a nessuno, sibila: “Il suo è culo... la mia è classe, caro il mio coglionazzo”. Fantozzi, infine, vince e, temendo l’ira del Conte, rapisce sua madre.
Ecco, qui c’è molto del domino chilometrico della mia vita. Non nel rapimento della madre (anche se…), ma nell’ostentata sicumera di chi sa di avere dalla sua la classe sociale, più che la bravura, più che il merito usato come specchio per giustificare i propri vantaggi.
Tutti mi conoscono, tutti mi salutano, ma nessuno sa che lingua parlo. So che molte e molti di voi provano lo stesso. È una condizione cronica, un’invisibilità che non ti nasconde alla vista, ma ti cancella dalle memorie comuni. Mi muovo tra la gente come uno spettro che sposta oggetti, mentre gli altri lasciano tracce, costruiscono case, figliano e muoiono nello stesso posto, convinti che il mondo sia esattamente come lo vedono dal loro balcone.
Quarta liceo scientifico. Sono sempre stato il classico “intelligente che non si applica”, etichetta affibbiata in modo grossolano a chiunque ragionasse e agisse in modo un po’ diverso rispetto alla “norma”. Facevo il minimo per restare a galla, tra un 6 e un 8, senza mai appartenere al rito della disciplina. Ero la mente calma ma strafottente che i professori guardavano con curiosità (quasi tutti con timore o disprezzo, un paio con cura e affetto), quella che non si piega al completo beige ma capisce le cose un minuto prima degli altri.
Sta di fatto che fecero un test logico-matematico a risposta multipla. Niente nozioni, niente “messa della domenica” culturale. Solo logica e intuito. Il premio era un vantaggio per entrare in Bocconi. Quando, qualche giorno dopo, entrarono in classe e fecero il mio nome come il migliore dell’istituto, il silenzio fu tombale, intramezzato da qualche mormorio di incredulità e sdegno. I primi della classe, quelli che facevano di tutto per avere una vita documentabile e mettere il futuro in cassaforte, non riuscivano a venire a patti con quella notizia. Volevano ricontare i voti. E, in parte, li capisco.
Non potevano accettare che un corpo estraneo, uno che non indossava i loro stessi codici, avesse la loro “classe”, anzi, che li avesse superati. Non era prevedibile né controllabile, quindi un errore, un bug o, al massimo, “culo”. Ma la verità è che la logica è l’unica cosa che non potevano comprare o studiare sui libri, l’unico privilegio (oltre a quello di maschio bianco etero) che sento di avere e che, spesso, preferirei non avere.
Tutti si aspettavano che quel successo fosse l’inizio di qualcosa. Ma la meritocrazia è una fantasia, un sabotaggio per farci sentire in colpa delle nostre mancanze. La Bocconi non l’ho mai neanche sognata. Costava e costa troppo, e la mia famiglia ha sempre fatto fatica a tenere botta economicamente; mentre, nel tentativo di farlo, crollava sotto il peso di un’infelicità che ci rendeva stanchi e soli, ognuno a modo suo. E anche se, vendendo un paio di reni, fossi riuscito a iscrivermi, sarei stato costantemente fuori posto, ancor più di quanto lo fossi stato prima o lo sarei stato dopo.
A cosa serve, quindi, essere il migliore nei test o in altro, se non hai i soldi per pagare la luce nella stanza dove si decide il futuro? Non dico quello degli altri, mai vorrei farlo, ma, almeno, il proprio?
La meritocrazia è un trucco linguistico per chi ha le mani già occupate: una per estrarre, l’altra per ordinare. Premia chi è partito cento metri avanti, o senza pesi alle caviglie, chi ha una famiglia sana alle spalle, chi non deve soffocare storie ogni volta che apre bocca, e penalizza chi non deve sforzarsi per trovare motivi per sentirsi in svantaggio e che, per questo, non li dice mai. Il mio “successo” è rimasto un attestato nel cassetto a casa dei miei, un pezzo di carta che prova che sapevo risolvere il cubo di Rubik (non è vero), ma non avevo il diritto di sedermi al tavolo dei vincitori.
E sarà anche presunzione, va bene, ma sento di vedere le cose con una consapevolezza fin troppo chiara, e la scoperta è finita da un pezzo. La “classe” del Conte Catellani è solo il privilegio di chi non deve lottare contro l’attrito. Il mio “culo” è la fatica di chi ha imparato a vedere le traiettorie mentre cadeva giù dalla montagna, portando il solito masso sulle spalle.
Oggi mi invitano a parlare di felicità negli stessi licei dove ero un’anomalia. Proprio io, di felicità. Sarebbe come invitare Dahmer per parlare di veganismo. Guardo i ragazzi in prima fila e spero che trovino un posto dove stare, uno spazio che sia allo stesso tempo loro e condiviso, scelto e non costretto, e una persona che sia anche un luogo, che sai che c’è ed è lì che ti aspetta. Ma non so cos’è l’amore, credo di averlo intravisto, una volta, una traccia su un sentiero, un calcolo renale scambiato per pepita d’oro; e non so cos’è la meritocrazia in un mondo dove alcuni problemi sono tangibili e alcuni sembrano solo capricci.
In un sistema di classi così distanti, la meritocrazia non è un ideale, ma una distopia: serve a convincere chi vince di avere ‘classe’ e chi perde di essere l’unico colpevole della propria miseria. È il trucco contabile con cui il capitalismo trasforma il privilegio in merito e l’ingiustizia in destino.
L’ho capito quando quel test di logica mi ha eletto ‘migliore’ della scuola. Per i miei compagni era il ponte verso la Bocconi; per me era un binario morto. Fra i primi nella logica, fra gli ultimi nella logistica.
La meritocrazia è tutta qui: se vuoi puoi, ma solo se hai.
Potenzialmente puoi tutto, concretamente quel che hai è quel che ti resta.
Il sangue circola lento, la vista è appannata, e se non sono felice non è perché non ho un completo beige, ma perché la mia interiorità e le mie idee non si legano alle loro assicurazioni, ai loro piani di investimento. Si lega a queste pagine bianche, le uniche che non mi chiedono di chi sia la colpa se il semaforo è ancora rosso e io non ho neanche più voglia di controllare se è scattato il verde.
Tutti mi conoscono, tutti mi salutano e la stecca da biliardo, caro il mio Conte, l’ho già spezzata tanto tempo fa. Ma stai pure tranquillo, nessuno rapirà tua madre.
Per questo cinquantanovesimo numero di Capibara è tutto. Se sopravvivo a Sanremo, il prossimo capitolo sarà sul tema della povertà. Ma ora veniamo agli annunci che avevo promesso:
il 14 marzo presento “Un capibara entra in un bar” in un posto bellissimo a Milano, insieme a ospiti niente male. Presto i dettagli.
il 19 marzo faccio quattro chiacchiere sul libro da e per Arci Dallò. Le farò online perché non so come arrivare a Castiglione delle Stiviere.
a partire da sabato prossimo e per le successive settimane, in alternanza alla newsletter, uscirà un progettino audio legato sempre al libro “Un capibara entra in un bar”. Alcune guest leggeranno i monologhi contenuti nel libro e il tutto uscirà come podcast!
a inizio marzo uscirà un post Instagram in collaborazione con ilsesta, collega di meme, quindi seguiteci (michiamanofab).
Non avete ancora comprato il libro di cui tutte le mie quattro zie parlano? Bè, dovete rimediare. Dopo averlo letto non potrete fare a meno di chiedervi: ma io che cazzo sto facendo? E, soprattutto, perché… per chi? Poi butterete il libro e tornerete a fare le stesse cose. Tranq, tutto normale.
Vi voglio bene, a sabato prossimo quindi, col primo episodio di questo nuovo mini podcast: Johnny Shock legge il Manager del Sé.








Grazie. Il ritardo con cui commento questo è il ritardo con cui ho avuto la possibilità di leggere la newsletter, e descrive già «il mio culo»
♥️