Narcisismo Pop
Da popolare a populista
Benvenute e benvenuti a un nuovo numero di Capibara, un tentativo di approfondire questo presente che tanto ci fa divertire. È cominciato tutto quanto dal principio / Io che per te ero solo un uomo sconosciuto…
La logica della performance e dello svuotamento dei contenuti ha colonizzato anche le cuffiette del nostro smartphone. Vi siete accorti che le canzoni non raccontano più il mondo, ma sono diventate una perenne, mediocre seduta di terapia dell’autore? La musica sembra aver smesso di essere popolare per diventare, a tutti gli effetti, populista.
Ma per capire come siamo arrivati a questo punto, dobbiamo scavare sotto la superficie del mercato e interrogarci su cosa sia diventato, oggi, il “concetto” stesso di musica popular.
Per prima cosa dobbiamo fare un passo indietro e rubare una distinzione fondamentale al linguaggio della politica e della sociologia della musica. Che cosa significa, davvero, la transizione dal “popolare” al “populista”?
Nel senso più elementare, “popular” significa “della gente”. Ma i filosofi e i musicologi come Max Paddison ci ricordano che questo termine nasconde da sempre tre anime contraddittorie: la musica che piace alla gente (il successo commerciale), la musica che proviene dalla gente (la tradizione folk) e la musica che si limita a usare materiali considerati popolari.
Un tempo, una canzone o un movimento si definivano popolari quando facevano uno sforzo immenso: interpretare la realtà, proporre una chiave di lettura complessa che legasse l’esperienza del singolo a quella della collettività. C’era un rischio pedagogico, uno scambio bidirezionale tra l’artista e la società. Persino le vecchie canzoni commerciali di Tin Pan Alley, o i canti comunitari nei pub britannici degli anni Trenta, riuscivano a svolgere una funzione sociale reale, unendo le persone in un’esperienza condivisa.
Il linguaggio populista, invece, fa l’esatto contrario. Non insegna nulla e non impara nulla. Si rivolge alla pancia saltando ogni mediazione, rifiuta le sofisticherie concettuali perché “la gente non capirebbe” e porge all’ascoltatore il suo stesso primo livello di pensiero: lo sfogo, l’impulso, l’insofferenza.
Oggi il pop contemporaneo ha adottato questa griglia populista. I testi non sono più specchi in cui ritrovare un sentimento collettivo, ma letterali cassetti di sfogo individuali. L’autore non interpreta la realtà; si limita a performare il proprio ego, i propri traumi da cameretta, i propri micro-drammi quotidiani, elevandoli a canone universale. È il populismo dell’io: se lo provo io in prima battuta, allora basta a sé stesso.
Se c’è un genere musicale che ha incarnato questa mutazione genetica in modo speculare alla politica dell’ultimo decennio, questo è la trap (evoluzione estrema di quella matrice urban e hip-hop). L’ascesa dei movimenti populisti e l’esplosione della trap sono state simultanee e condividono lo stesso schema mentale.
Il Sincretismo Ideologico e Musicale: la trap è un genere dai contorni indefiniti che fagocita pop, rock ed elettronica a seconda della tendenza del momento per intercettare il pubblico più ampio possibile. È l’equivalente dei movimenti populisti: dei pastiche ideologici che mettono insieme tutto e il contrario di tutto pur di coprire tutto lo spettro del consenso.
La Forma sul Contenuto: nella trap la parola si piega alla melodia e il senso cede alla forma. Il testo diventa un oggetto vuoto che ognuno riempie come vuole. È la stessa “nebulosa di contenuto” di leader che procedono per suggestioni, slogan e improvvisazioni, dove la musicalità del discorso prevale sulla fattibilità del programma.
La Vaghezza Semantica (Bispensiero): questa assenza di significato predeterminato permette agli opposti di coesistere. Consente a un leader miliardario di dichiararsi contro le “élite”, e a un trapper di spogliarsi di ogni briciolo di complessità musicale pur professandosi un innovatore radicale.
Tuttavia, c’è un inganno più profondo. I teorici della musica hanno spesso parlato di una “riserva comune” (common stock) di materiali stilistici, temi e tecniche a cui la musica attinge storicamente. Ma se un tempo questa riserva era un processo storico in continuo movimento e dialogo dialettico (si pensi a come il jazz delle origini assimilava elementi ballabili per innovare senza disturbare il pubblico), oggi quella riserva è stata standardizzata. È diventata un magazzino statico di cliché preconfezionati a uso e consumo dell’ego.
Il vero punto di contatto, però, è la disintermediazione radicale. La trap e il pop da cameretta hanno eliminato i corpi intermedi della discografia classica. Grazie all’evoluzione tecnologica, bastano un computer, una connessione e un plug-in di autotune per registrare un pezzo e lanciarlo globalmente.
Il dilettantismo viene spacciato per spontaneità: si va fieri di non conoscere la storia della musica, perché l’amatorialità dimostrerebbe che sei “vero”. È la perfetta traduzione musicale del “uno vale uno” della politica pop e populista, dove l’inesperienza viene trasformata nel valore supremo dell’autenticità.
Ma come suggerisce il sociologo della musica Simon Frith: l’idea che la musica di massa rappresenti l’espressione autentica e incontaminata di una comunità è spesso un mito romantico, una fantasia consolatoria. La verità è che tutta la popular music è intrinsecamente una merce soggetta alle leggi del capitalismo di massa.
Il pop contemporaneo è il non plus ultra di questa reificazione: un prodotto senza suture visibili, progettato algoritmicamente per farci proiettare sopra i nostri desideri, nascondendo il trucco industriale che c’è dietro. Come un gioco di prestigio fatto con destrezza, ci incanta proprio perché cela il suo vuoto.
Questa mutazione populista della musica ci costringe a fare i conti con un enorme equivoco teorico. Qualche giorno fa, navigando tra i forum, mi sono imbattuto in un dilemma sollevato da un utente. Diceva, in sostanza: “Vedo che tutti definiscono il pop come roba mainstream e noiosa alla Taylor Swift o Sabrina Carpenter. Ma io pensavo che il pop fosse solo un mix di generi diversi. Se ascolto artisti come Her’s, TV Girl, Jack Stauber, Tally Hall o i Current Joys... sto ascoltando pop?”
La risposta breve è: sì. La risposta lunga, invece, ci svela il trucco dietro l’industria culturale contemporanea.
La definizione dell’utente è storicamente corretta: il pop, fin dalle sue origini, non è mai stato un genere musicale puro, ma un metagenere, un gigantesco frullatore sincretico che ruba formule ad altri mondi per renderle digeribili, orecchiabili e strutturate secondo la classica forma-canzone (strofa-ritornello).
Come detto prima, Max Paddison ci offre la mappa per decifrare questa confusione, isolando i tre diversi modi in cui usiamo la parola “pop”:
Il pop come mercato: la musica prodotta in serie dall’industria per intercettare il gusto dominante.
Il pop come materiale: l’utilizzo di specifiche strategie melodiche, ganci armonici e strutture testuali immediate.
Il pop come tradizione: la musica che appartiene storicamente a una comunità.
Quando l’utente del forum cita Her’s (con il loro indie-pop balneare e malinconico), TV Girl (che poggiano su campionamenti hip-hop e melodie ipnotiche), o il genio lo-fi di Jack Stauber, sta guardando il pop da un’altra angolazione. Questi artisti usano i materiali del pop, ma lo fanno rifiutando l’estetica patinata, standardizzata e prevedibile del pop inteso come mercato totalizzante. È il cosiddetto indie-pop o bedroom pop: musica pop strutturata e pensata in una cameretta, che flirta con la sperimentazione pur rimanendo agganciata a una struttura accessibile.
Eppure, la vera domanda del thread era: altri generi possono rientrare nel pop?
La risposta oggi appare inquietante: ormai quasi nessun genere può sfuggire al pop. Se, come abbiamo visto, la musica si muove in un continuum dialettico (come il jazz o il rock, che deviavano dalle norme commerciali pur digerendole), oggi la tecnologia digitale e le piattaforme di streaming hanno accelerato un processo di assimilazione totale.
Prendete l’hip-hop: nato come espressione radicale, politica e comunitaria, oggi nelle sue derivazioni trap è diventato il nuovo pop globale di consumo. Prendete il rock sperimentale: nel momento in cui viene normalizzato dagli algoritmi di Spotify in playlist ambientali, perde la sua carica di rottura.
Ancora Simon Frith ci ricorda che il pop è una categoria residuale: è ciò che resta quando tutte le altre forme musicali sono state tolte e mercificate.
Ed è qui che si chiude il cerchio con il populismo dell’ego di cui parlavamo prima. Quando la tecnologia trasforma tutto in materiale infinitamente configurabile e remixabile attraverso i mash-up e i trend di TikTok, la distinzione tra generi muore. Resta solo un’enorme, indistinta melassa pop progettata per non disturbare l’ascoltatore.
Che tu ascolti il pop industriale da stadio o l’indie-pop iper-nicchia di Jack Stauber, l’algoritmo ti tratterà allo stesso modo: ti venderà l’illusione di una musica specchio delle tue micro-emozioni privatizzate, impedendoti di fare l’unica cosa che il pop popolare faceva un tempo. Rompere lo specchio dell’ego per guardare gli altri.
Negli ultimi anni, però, è avvenuto un ulteriore salto quantico. La tecnologia digitale non è più un semplice mezzo di riproduzione (come lo era il grammofono o il vinile), ma è diventata una tecnologia di produzione totale. Come teorizzato dallo studioso Aram Sinnreich, siamo entrati nell’era della cultura configurabile.
Le tecnologie configurabili — costituite da sistemi di comunicazione globali, digitali e organizzati in reti — mettono in discussione la tradizionale dicotomia produttore/consumatore.
Oggi il “materiale” della musica non è più una tradizione da interpretare, ma è la totalità della popular music registrata nella storia, che può essere incessantemente campionata, remixata, saccheggiata e riconfigurata. Il file digitale non è un prodotto finito, ma materia prima manipolabile. Siamo diventati tutti produttori e consumatori dello stesso rumore di fondo.
Ed è qui che il narcisismo pop si fa “scaltro”. Diventando iper-consapevole di sé, dei propri cliché e dei meccanismi dell’industria, il pop contemporaneo si è diviso in due strade:
L’auto-referenzialità: un pop che celebra le proprie formule e i propri stereotipi commerciali quasi come in uno spettacolo di burlesque, compiacendosi del proprio vuoto.
L’auto-riflessività performativa: un pop (e pseudo-rock) che mima un’aria critica o ironica, fingendo di distanziarsi dai gesti standardizzati del mercato, ma usandoli per monetizzare il proprio posizionamento.
In questo scenario, che fine fa l’autenticità? Se tutto può essere digitalmente manipolato e ricombinato, l’idea stessa di un’opera unica, originale o legata a una comunità reale si dissolve. L’espressione dei sentimenti diventa un perpetuo processo di comunicazione fine a sé stesso. L’unica autenticità superstite non sta più nell’oggetto musicale, ma nella nuda performance del fare, nel gesto narcisistico di dire: “Guardatemi, esisto, e questo è il mio trauma di oggi”.
Alla fine, a chi importa davvero della millesima seduta di psicoterapia di un autore che non ha nulla da dire sul mondo, se non come si sente quando si guarda allo specchio o come i suoi autori/produttori vogliono che lui/lei si senta?
Sia chiaro: non c’è nulla di male nel cercare una melodia che ci stampi un sorriso in faccia o che ci faccia ballare. La musica pop ha il diritto di essere leggera. Ma c’è una differenza abissale tra la leggerezza (che è un’arte difficilissima) e la vacuità populista (che è solo pigrizia industriale).
Il rischio reale del populismo dell’ego è che ci sta abituando a un consumo bulimico di canzoni tutte uguali, piene di frasi che sembrano scritte da un generatore automatico di aforismi per Instagram. Abbiamo maxxato l’orecchiabilità a scapito del senso, trasformando la musica in uno specchio narcisistico che ci restituisce solo i nostri bias e i nostri luoghi comuni.
Il rischio reale è che il populismo dell’ego ci stia togliendo l’unica cosa per cui valeva la pena ascoltare una canzone: la possibilità di evadere da noi stessi per incontrare l’altro. Forse la vera rivoluzione artistica, oggi, sarebbe una canzone che ricomincia a guardare fuori dalla finestra dello studio. Una canzone che, invece di curare la propria produzione perfetta o il proprio posizionamento in classifica, accetti il rischio di riscoprire una dimensione autenticamente collettiva. Qualcosa che non sia solo un loop infinito del nostro io, ma un frammento disperatamente umano di mondo condiviso.
Per questo sessantaseiesimo numero di Capibara è tutto. Se in questi giorni avete ascoltato qualcosa di non configurato dall’algoritmo, raccontatelo nei commenti. Ah, domani mi trovate al SolidarRock di Cassano D’Adda a presentare il mio libro prima di far spazio ad alcune band molto poco populiste. Sarеmo io e te da qui / Sarà per sempre "sì".
Qualche libro consigliato:
Alberto Guidetti, Il Capitale musicale, Timeo
Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Bur
Valentina Tanni, Memestetica. Il settembre eterno dell’arte, Nero
Hamilton Santià, Sotto traccia, effequ









