Noi fuori...
...dalle grandi speranze, dai loro ingranaggi.
Benvenute e benvenuti a un nuovo numero di Capibara, un tentativo di approfondire questo presente che tanto ci fa divertire. R.I.P. Umberto Bossi. E mo’ si mangia.
Siamo all’atto finale di questa trilogia biografica. Dopo aver parlato di merito e di povertà, chiudiamo il cerchio scendendo le scale e uscendo dal portone. In quella che molti chiamano “la scuola della strada”, ma che per me è stata l’unica vera àncora di salvezza quando il mondo istituzionale sembrava volermi masticare e sputare o, semplicemente, ignorare.
Come avrete intuito, le scuole medie sono state un periodo molto difficile. Ero visto come un estraneo, il diverso: arrivavo dalla provincia torinese e mi sono ritrovato catapultato, nel passaggio già traumatico tra elementari e medie (dove si mischiano bambini che giocano con i Beyblade a ragazzini che tirano fuori il membro, precursori di ciò che probabilmente avrebbero poi fatto digitalmente), in una provincia tarantina. Inoltre, finii in una sezione che avrei poi scoperto essere considerata la più problematica dell’istituto. Non credevo che anche le classi scolastiche avessero le loro “periferie”.
Senza la strada, senza gli amici di quartiere, il mio sviluppo sarebbe stato molto più difficile, forse drammatico. Tutto è iniziato per caso: un bambino incontrato agli allenamenti di calcio che abitava a qualche numero civico di distanza. Da lì, una reazione a catena. Una moltitudine di ragazzini: volti fissi, meteore, new entry, addii e guest star. Un miscuglio di vie e quartieri uniti dal rito del pallone, celebrato ogni giorno per ore, con ogni condizione meteorologica e su ogni tipo di terreno improbabile.
Tra una partita e l’altra c’erano i Game Boy, Yu-Gi-Oh!, le figurine scambiate seduti su un marciapiede, le esplorazioni nelle campagne vicine. Eravamo un gruppo formato da caratteri molto diversi fra loro, a volte opposti; non mancavano i litigi feroci e le incomprensioni, ma quel legame ha retto con la solidità che solo l’amicizia di quartiere a quell’età sa avere.
Gli amici d'infanzia ci definiscono, o quanto meno lo fanno in un dato periodo della vita, quando siamo piccoli o adolescenti. Da grandi, quando le relazioni si ampliano e conosciamo persone nuove, è una grande fortuna poter considerare ancora amici chi ci è stato vicino quando eravamo bambini. Fa bene a corpo e mente, dà valore al passato e regala fiducia nel futuro, soprattutto nei periodi nei quali conoscere persone nuove non è così facile.
In quel gruppo mi sentivo parte integrante. Mi sentivo a mio agio in quella immatura complessità, perché nel profondo sapevamo di vivere le stesse condizioni. Eravamo figli della stessa classe sociale, con le stesse difficoltà materiali che ci premevano sulle spalle, anche se ognuno di noi le affrontava in modo diverso. Io leggevo e studiavo, loro magari no, ma la sostanza del nostro stare al mondo era identica. Le nostre famiglie vivevano la stessa precarietà, respiravamo la stessa polvere, era quella la classe di cui facevo parte, non quella che frequentavo la mattina dentro un edificio.
Eravamo amici e quelle amicizie avevano una loro specialità: erano fragili e solide allo stesso tempo, tanto incomprensibili quanto naturali. Punti fermi in una vita tutta in divenire, testimoni di quando potevamo e volevamo ancora essere tutto, testimoni di quello che non sarai e non farai più.
Le poche volte in cui torno in Puglia può capitare che alcuni di loro li incontri, e molti li saluto ancora. Con altri ci scambiamo solo un fugace sguardo tra l’intesa e l’imbarazzo, con altri perfino qualche parola. Nessuno di loro ha fatto le mie scelte. La maggior parte non ha proseguito gli studi: hanno trovato un lavoro, di quelli manuali che portano subito “il pane a casa”, per contribuire al bilancio familiare. Più un precetto che una scelta. Ho visto menti brillanti, ragazzi che capivano il mondo e le persone meglio e prima di me, perdersi tra le pieghe di un destino già scritto. Tra quei ragazzi c’erano persone sveglie, divertenti, intuitive, capaci di una comprensione della realtà che nessun master o manuale potrà mai spiegare. Ma si sono perse. Si sono perse nel dovere di una palazzina senza ascensore, di una classe sociale che non cambia quasi mai, di una mentalità abituata a essere rassegnata e che quindi non spera neanche in qualcosa di diverso. Alcuni hanno avuto guai con la legge, altri sono morti, altri hanno tentato la fortuna altrove. I più sono rimasti legati alla terra delle stagioni e al metallo dei cantieri o delle officine.
Provo un rispetto immenso per loro, e gratitudine. Mi hanno insegnato che l’intelligenza senza collettività è solo presunzione, e che la cultura senza coscienza di classe è solo elitarismo. Mi hanno protetto quando ero “il diverso”, mi hanno fatto ridere, piangere, scoprire, vivere, mi hanno insegnato a stare al mondo. Quando li penso, o quando le nostre strade si incrociano per un attimo, mi si accende qualcosa nel cuore. Posso dire con certezza che senza la loro amicizia nella mia vita da preadolescente non so dove sarei oggi, o che uomo sarei. Magari uno di quelli che voterà Sì al referendum, o che ascolta non ironicamente Pulp Podcast… oddio non ci voglio pensare.
Quando ci rivediamo, parliamo di quegli anni con una nostalgia che non fa male; scherziamo su quel torneo di calcio vinto contro i quartieri vicini o su quell’aneddoto assurdo che ci fece ridere per ore, come se il tempo si fosse fermato a un comune quanto unico pomeriggio di polvere e sudore.
La strada mi ha insegnato che siamo solo stati spinti da venti diversi su barche simili. Io ho avuto la fortuna di poter scappare, loro sono rimasti, forse più per dovere che per altro, e di sicuro sono stati meno privilegiati di me nelle possibilità di scelta. Ma la dignità di quel muretto non la troverò mai in nessun ufficio, in nessun meet.
La verità è che la lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi. Per un certo mondo che conta, le politiche egualitarie sono un grave handicap per l'economia e un pericoloso "azzardo morale": un grado di diseguaglianza sarebbe necessario per garantire lo sviluppo. È lo stesso hardware teorico dell’ideologia neoliberista: quella narrazione secondo cui l'inquinamento o la miseria iniziale siano prezzi accettabili da pagare per un benessere futuro che non arriva mai. A oggi, le diseguaglianze hanno continuato a crescere, la crisi è gravissima e lo stato del pianeta peggiora. Ci hanno venduto il sacrificio degli ultimi come carburante per il progresso dei primi.
C’è un dato che dovrebbe tormentare chiunque si occupi di economia e società: la correlazione inversa tra utilità sociale e retribuzione. David Graeber non ha inventato un concetto astratto con i suoi “Bullshit Jobs”; ha dato un nome a un’evidenza statistica. Se domani sparissero tutti i consulenti d’immagine, i lobbisti societari e i manager addetti alla “sinergia dei flussi”, il mondo continuerebbe a girare, forse con meno rumore di fondo. Se invece smettessero di lavorare gli infermieri, i braccianti o chi raccoglie i rifiuti, la civiltà collasserebbe in meno di una settimana. Eppure, la struttura salariale globale premia i primi e penalizza i secondi.
Si tratta, neanche a dirlo, di una scelta politica e sistemica. I dati del settore terziario avanzato mostrano una proliferazione di ruoli amministrativi e manageriali che servono principalmente a giustificare la propria esistenza. Chi occupa questi ruoli vive spesso quello che Graeber definisce un declino dell’anima. Sapere che il proprio lavoro non sposta nulla nella realtà fisica crea un vuoto che cerchiamo di colmare con la “colpa della produttività”. Parallelamente, i lavori che mantengono in vita il corpo sociale (legati alla cura o alla logistica) sono quelli con i salari più bassi. È l’ipocrisia della “vocazione”: usiamo la retorica del sacrificio per non pagare il valore reale di chi ci tiene in vita.
Il sistema attuale non premia chi crea valore, ma chi è più vicino alla gestione del capitale. Il prestigio sociale è diventato un anestetico per l’inutilità funzionale. Dovremmo smetterla di guardare al lavoro come a una misura della nostra moralità individuale. Se un lavoro è inutile, non è colpa di chi lo svolge, ma di una struttura che preferisce pagare per il controllo piuttosto che per la cura. La vera responsabilità inizia quando smettiamo di fingere che questa gerarchia sia meritocratica.
Il merito, oggi, è spesso solo il nome che diamo al privilegio di non dover fare nulla di essenziale.
Forse quella dignità, come le nostre vite, non è fatta di grandi traguardi lineari, ma di frammenti. C’è qualcosa che accomuna i fili intrecciati delle cuffie, il libro lasciato a metà, il treno del mattino preso dopo una notte in stazione: sono tutte immagini di ciò che rimane incompiuto, sospeso, fuori posto. Ed è proprio in questi dettagli minori che si racconta la condizione di molti oggi: vivere senza sentirsi davvero parte della storia, come una foglia rimasta sull’albero solo perché incastrata.
Siamo diventati una somma di metafore che si accumulano senza mai risolversi. Una pioggia che si vede solo se illuminata, un traguardo che non si festeggia, un percorso che si salta per l’ansia di arrivare. Persino le esperienze che dovrebbero segnare (un colloquio, un primo appuntamento, un amore acerbo) rischiano di ridursi a rumore di fondo.
La vita contemporanea spesso sembra un elenco più che un racconto. Una sequenza di episodi che non fanno trama: il messaggio della compagnia telefonica, le urla al mercato, il balcone la domenica pomeriggio, i pensieri dello sconosciuto in metro. Frammenti che scivolano via, senza riuscire a comporsi in una narrazione.
Eppure in questo accumulo c’è un senso. È lì che si annida la nostra identità: nei baci evitati e nei giocattoli abbandonati sul muretto del quartiere, nelle briciole tra le lettere e nelle penne morsicate, negli amori immaturi e in quelli mai sbocciati. Siamo la somma di ciò che non si è compiuto.
Alla fine, questa lista non è solo un esercizio di stile: è una diagnosi. Dice che l’esperienza di una generazione non sta negli eventi celebrati, ma nei dettagli imperfetti, nei gesti interrotti, nei pensieri lasciati sospesi. È una forma di resistenza, ma anche di fragilità.
Oggi siamo testi di newsletter più che romanzi. Frammenti spediti in fretta, da leggere in metropolitana, tra una notifica e l’altra. Eppure, anche così, dentro queste schegge si nasconde un racconto intero, basta solo saperlo riconoscere.
Se guardo indietro a quel torneo vinto contro i quartieri “bene”, vedo la chiave per il futuro. Loro avevano gli scarpini nuovi, ma noi avevamo tanto fiato ed eravamo uniti. La collettività è l’unico modo per ribaltare il sequel di questa partita che dura da secoli. Se restiamo divisi tra chi ha studiato e chi ha sempre lavorato, tra il lavoro “intellettuale” e quello più manuale, perdiamo ancora. Se torniamo sul muretto, insieme, possiamo vincerlo noi questo torneo, anche se loro hanno pagato l’arbitro.
Per questo sessantunesimo numero di Capibara è tutto. Questa trilogia finisce qui. Grazie per avermi ascoltato mentre mettevo in ordine i pezzi.
E il secondo monologo estratto dal libro, invece, lo avete già ascoltato?
Qualche nota di attualità:
La presentazione del 14 marzo è andata molto bene. Grazie a Pippo Civati e a Bebo Guidetti per aver accettato l'invito, senza la loro esperienza forgiata da mille battaglie la mia agitazione si sarebbe percepita ancora di più.
Grazie a AEdicola Lambrate per l'ospitalità, si conferma un piccolo miracolo di resistenza analogica e sociale, un'oasi di calma e cura nel rumore, il capibara apprezzerebbe.
Grazie a People per aver creduto in me e nel libro, che spero tenga botta oltre le fugaci tempistiche editoriali, col passo lento e curioso che ci piace tanto. Nel dubbio, sto già lavorando ad altre storie.
Grazie alle tante e ai tanti presenti. Non me lo aspettavo, avrei detto massimo tre persone compresi me, Pippo e Bebo, soprattutto visto il meteo poco favorevole. Che ci sia ancora la voglia di uscire di casa per ascoltare un tipo che sa scrivere decentemente ma mica tanto parlare, in un sabato mattina qualunque di metà marzo accende una piccola fiamma.
Che dire, a presto e, visto che viviamo nel migliore dei sistemi possibili, chiudo con una CTA: comprate il libro. 🦦
Molto bene è andata anche la presentazione del 19 marzo per Arci Dallò. L’ho fatta da remoto ma è stata davvero una bella intervista, forse lo dico perché mi sono presentato in call ubriaco, ma a breve uscirà qui la registrazione quindi potremo verificare.
Forse riesco a fare un salto al Book Pride, nel caso ci si vede lì, magari allo stand People!
Ah… buona primavera e VOTATE NO.











